Prendete gli anni sessanta, metteteli in un frullatore, aggiungete un po' di silicone, un po' di vinile, una manciata di bulloni e una telecamera. Versate poi il MiArt 2008 in una ciotola e guardate il vostro cane rifiutarlo.Nel primo padiglione - sezione anteprima - lo sconforto sopraggiunge quasi subito. La Strolippa mi guarda con occhi di cerbiatta ferita: «Ora torno a casa, cago su una tela e poi, cospargendola circolarmente con una spatola, torno e mi vendo come erede di Manzoni.»
Il concetto è il solito ed è espresso in modo sublime nel poster giallo che mi porto a casa: Art is everywhere, even in art galleries. Ma il bello è soggettivo e l'unico giudizio che conta è quello del pubblico. Io e altri tre individui siamo una porzione di pubblico del tutto eterogenea, dal momento che abbiamo gusti diversi e veniamo da esperienze artistiche diverse; un campione del tutto credibile, e tutti e quattro della stessa opinione. Opinione confermata poi dal docente di Brera che trovi stanco morto vicino all'uscita di sicurezza: Non ci sono idee. A parte quattro o cinque autori (due italiani, ndr) a risollevarne le sorti in zona Cesarini, questo MiArt mi ha dato l'impressione di non sapere - o di sapere troppo bene - che la cosiddetta libertà d'espressione è una bufala cavalcata da chiappe furbe. Perchè si, si è detto quasi tutto ma la mia galleria la devo pur riempire e quindi il primo che mi arriva con qualcosa che mi ricorda qualcos'altro, che fu bello, lo prendo e me lo appendo in cameretta, tanto ci sono le nuove leve, ignoranti di ciò che già c'è stato. E qui ti sbagli, perchè per quanto ignori, una stanza buia con una tizia nel proiettore che si tira una ciocca di capelli e ti guarda fisso per dieci minuti fa venir voglia di riavere i soldi indietro, non pensi di aver visto qualcosa di originale, chè se non lo sai Fuori Orario va in onda da anni. Poi mi vengano a spiegare che non ho capito il concetto. L'unica cosa che capisco è che i mezzi si sono moltiplicati ma le idee, le storie da raccontare, sono rimaste indietro o non ci sono affatto.
Allora corro affannosamente a cercare anche solo un ritratto, uno qualsiasi con una tecnica qualsiasi, a raccontarmi un ricordo d'infanzia o semplicemente un momento della vita di qualcuno che potrebbe benissimo essere il mio. Ma incontro Mondrian, Boccioni e Fontana, o meglio, i loro cloni.
O si copia o si cerca di esprimere con un cerchione e un guanto di gomma la sega mentale che il nostro psicologo c'ha tirato fuori.
Meno male la scultura, che con legno e acciaio ha dato qualcosa in più. Hitler e Mao bambini infondono un'ambigua tenerezza, così come la culla di acciaio con fucili ai suoi lati a mo' di navicella, e poi ancora l'attualità in cera di una zingara accasciata a chieder l'elemosina ci riporta con i piedi per terra. Almeno sono emozioni. Poi ti lasci stupire dai cinesi, schiacciati dal regime trovano la forza di esprimere una denuncia neanche troppo celata dalle delicate decorazioni a tinte alternate delle loro opere, e pensi che forse in occidente stiamo ancora troppo bene, così liberi di farsi di materia da avere l'illusione di benessere, di felicità. E aggrappati alla materia ci applichiamo in essa, con l'educazione tecnica della scuola media, tralasciando il messaggio, dimenticandoci di quello che volevamo dire perchè lo abbiamo comprato già detto.
È l'era tecnologica, materiale. La poesia? Forse è li sotto che cerca di uscire.
